

150. Le brigate rosse: l'attacco al cuore dello stato.

Da: S. Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori, Milano, 1995.

Nella primavera del 1974 le brigate rosse decisero il cosiddetto
attacco al cuore dello stato. Il gruppo terroristico passava
cos dalle azioni dimostrative all'interno delle fabbriche e dai
sequestri di persona a scopo intimidatorio a colpire direttamente
lo stato, attraverso la violenza esercitata nei confronti dei suoi
rappresentanti. I primi a fare le spese di questo salto di
qualit del terrorismo brigatista furono i magistrati. L'episodio
che segn l'inizio di questa tragica stagione della storia
italiana del Novecento fu il rapimento del giudice Mario Sossi,
che nel 1973 era stato pubblico ministero nel processo contro il
gruppo terroristico ventiduesimo ottobre, guidato da Mario Rossi,
conclusosi con la condanna all'ergastolo del Rossi e oltre 180
anni complessivi di carcere agli altri sette imputati. Il seguente
passo, tratto da un libro con il significativo titolo La notte
della repubblica, scritto da Sergio Zavoli, una delle firme pi
prestigiose del giornalismo italiano, ci offre una interessante
testimonianza sulla drammaticit di quei momenti e sul
comportamento tenuto dai vari protagonisti.


Nella prima met degli anni Settanta l'estremismo, prima di destra
poi di sinistra, cambia obiettivo e alza il tiro. Non pi una
generica propaganda armata all'interno della fabbrica, ma la
violenza esercitata sulle persone come strumento per colpire lo
stato. I magistrati entrano nel mirino terrorista. Lo stato non 
ancora pronto per dare una risposta efficace. La prova pi
difficile della repubblica  appena iniziata. Il primo flash
d'agenzia, sei righe,  lanciato dall'Ansa alle 21,48 del 18
aprile 1974:
Il sostituto procuratore della Repubblica, Mario Sossi,  stato
rapito questa sera in strada da un commando di cinque o sei
giovani che con la minaccia delle pistole l'hanno costretto a
salire su un furgone grigio. Il rapimento  avvenuto alle 20,50
davanti all'abitazione del magistrato, in via Forte dei Giuliani
2, nella zona di Albaro, a Genova. [...].
Il sequestro di Sossi, pi che clamore, suscita disorientamento.
Dei rapitori e dei loro propositi sapremo solo quello che essi
faranno sapere. Si capir presto che il rapimento del giudice
Sossi  stato preparato con grande cura. I brigatisti sapevano
quali strade il giudice percorreva, e in quali ore; sapevano
inoltre che da una settimana (lo aveva chiesto lui stesso) non era
pi protetto dalla scorta.
Gli sono addosso davanti alla porta di casa, lo sollevano di peso,
lo caricano nel retro di un furgone che parte a grande velocit.
Tutto si conclude in pochi secondi. Nome in codice
dell'operazione: Girasole. [...].
Mordi e fuggi. Colpiscine uno per educarne cento: avevano
scritto le BR sul cartello appeso al collo di Idalgo Macchiarini
[dirigente della Siemens, sequestrato per alcune ore il 3 marzo
1972], sequestrato due anni prima. Sossi, sostituto procuratore
della Repubblica,  il primo di un elenco di vittime scelte tra i
rappresentanti dello stato. Nella rivendicazione del rapimento si
legge:
Un nucleo armato delle brigate rosse ha arrestato e rinchiuso in
un carcere del popolo il famigerato Mario Sossi, pedina
fondamentale sulla scacchiera della controrivoluzione; persecutore
fanatico della classe operaia, del movimento degli studenti,
dell'organizzazione della sinistra in generale, e della sinistra
rivoluzionaria. Mario Sossi sar processato da un tribunale
rivoluzionario.
22 aprile. Le brigate rosse diffondono un altro comunicato. Hanno
contestato al giudice undici capi di imputazione. Insieme con il
comunicato viene diffusa una fotografia di Sossi e una sua lettera
scritta a mano, con la quale egli chiede alla procura di Genova di
sospendere le ricerche che definisce inutili e dannose. Questa
decisione, precisa il magistrato, deve essere presa in assoluta
autonomia.
Il procuratore capo Lucio Grisolia, valendosi dei suoi poteri,
ordina alle forze di polizia di sospendere le indagini.
All'interno delle BR nascono dissensi sulla linea seguita.
Racconter Roberto Ognibene [brigatista catturato nell'ottobre del
1974], che ha fatto parte del gruppo dei rapitori: La base degli
irregolari cominci a criticarci da sinistra dicendo che con i
nemici non si parla e non si tratta. La risposta fu: Sossi lo
abbiamo noi e lo gestiamo noi. Si vedr alla fine se abbiamo
sbagliato.
Il 24 aprile i GAP [gruppi armati proletari, un'organizzazione
rivoluzionaria clandestina] propongono che il giudice venga
scambiato con Mario Rossi, capo del gruppo ventiduesimo Ottobre,
condannato all'ergastolo, e con gli altri sette militanti del
gruppo che scontano in carcere pene rilevanti.
Fuori Rossi o morte a Sossi  lo slogan che enfatizza e
indurisce la proposta.
Le BR chiedono anche che i detenuti possano raggiungere Cuba o
l'Algeria o la Corea del Nord. Il ministro dell'Interno, Paolo
Emilio Taviani, democristiano, genovese, comandante partigiano e
decorato della Resistenza, respinge la proposta e definisce
assurda ogni ipotesi di venire a patti con i rapitori.
I giudici di Genova, sui quali pesa la responsabilit di stabilire
se cedere al ricatto delle brigate rosse, magari ricorrendo a
qualche espediente di tecnica giudiziaria per salvare una
regolarit formale, sono sempre pi incerti. Il dilemma trattativa
o fermezza, nel quale ci si dibatter nei 55 giorni del sequestro
Moro, si pone cos per la prima volta.
Il 14 maggio Mario Sossi si rivolge con una lettera aperta al
presidente della repubblica. Il magistrato afferma che lo scambio
ha fondamenti giuridici, e conclude: Per quanto mi consta,
nessuno degli intransigenti si  offerto, sino ad oggi, di
sostituirmi nella prigione del popolo. Il procuratore generale di
Genova, Francesco Coco,  contrario a ogni trattativa. [...].
Il 18 maggio, a un mese esatto dal sequestro, le brigate rosse
lanciano un ultimatum: Se entro 48 ore non saranno liberati gli
otto compagni della ventiduesimo Ottobre, Mario Sossi verr
giustiziato. Due giorni dopo la Corte d'appello di Genova concede
agli otto condannati la libert provvisoria, e ne ordina la
scarcerazione.
Maurizio De Vita, allora presidente della Corte d'assise d'appello
di Genova:
Ci siamo trovati in una situazione che  piuttosto anomala,
diversa da quella in cui si trovano in genere tutti i magistrati,
i quali in piena indipendenza di giudizio, serenit, obiettivit
di parere, ritengono di applicare la legge. Noi ci siamo trovati
di fronte non tanto alla necessit di applicare una norma di
legge, quanto a quella di scegliere tra due mali. Abbiamo ritenuto
di scegliere il minore.
La reazione  immediata. Il ministro dell'Interno ordina che il
carcere di Marassi sia circondato per impedire l'uscita dei
detenuti messi in libert dalla Corte d'appello. Il procuratore
generale impugna l'ordinanza con un ricorso alla Cassazione: i
detenuti non potranno essere messi in libert prima che la
Cassazione si pronunci. Francesco Coco, con quel ricorso, firma la
sua condanna a morte. La sua  una mossa decisiva. Ora, di fronte
al dilemma sono i terroristi.
Tre giorni dopo, il 23 maggio, Sossi torna libero senza
contropartite di sorta. Il giudice viene portato sino alla
periferia di Milano, da dove pu raggiungere la stazione centrale
per prendere un treno diretto a Genova.
Sossi ha in tasca l'ultimo comunicato delle brigate rosse. Dovr
consegnarlo il giorno dopo al Corriere della Sera. Nel
documento, intitolato Perch rilasciamo Sossi in questo momento,
si afferma che i 35 giorni del sequestro erano gi serviti allo
scopo di sviluppare al massimo, cos si legge, le contraddizioni
all'interno e tra i vari organi dello stato. Di fronte
all'intervento di Coco, inteso a mettere le BR in posizione di
stallo, la sola alternativa al rilascio immediato sarebbe stata,
si legge ancora nel documento brigatista, di tenere prigioniero
Sossi con la prospettiva di doverlo liberare o giustiziare qualche
giorno dopo senza nessuna contropartita politica.
Le BR compiono dunque il cosiddetto salto di qualit, per usare il
loro linguaggio.  venuto il momento di portare l'attacco al
cuore dello stato, teorizza il secondo documento delle brigate
rosse. Il sequestro del giudice Mario Sossi  stato - dir Marco
Boato, allora dirigente di lotta continua - un preciso punto di
svolta, uno spartiacque all'interno del complesso e variegato
schieramento della sinistra rivoluzionaria, del quale fino a quel
momento, se pure in modo del tutto marginale, anche il piccolo
gruppo brigatista aveva fatto parte.
Genova, 8 giugno del 1976. I terroristi attendono Francesco Coco
all'imbocco della salita di Santa Brigida, una stradina angusta
della citt antica che il magistrato, tornando a casa, deve
percorrere a piedi. Sono tre, armati di pistole con silenziatore.
Coco scende dall'auto, che si  fermata in via Balbi, alle 13,38.
Il brigadiere di pubblica sicurezza, Giuseppe Saponara, lo segue.
Insieme si avviano per la salita. I terroristi sparano da pochi
passi, alle spalle. Coco e il brigadiere muoiono all'istante.
L'appuntato dei carabinieri, Antioco Dejana,  rimasto nell'auto,
al volante. Un colpo lo uccide prima che possa fare un solo gesto.
La rivendicazione delle BR dir:
Il tribunale del popolo ha deciso di porre fine al bieco operato
di Francesco Coco e lo ha condannato a morte. Ora questa sentenza
 stata eseguita e gli aguzzini del popolo possono stare sicuri
che se il proletariato ha una pazienza infinita ha anche una
memoria prodigiosa, e che alla fine niente rester impunito.
Magistratura, polizia, carabinieri, carceri, costituiscono ormai
un blocco unico, sono le articolazioni cardine di uno stesso
fronte militare che lo stato delle multinazionali schiera contro
il proletariato.
L'unica alternativa di potere  la lotta armata per il comunismo.
Occorre acuire la crisi di regime, puntando l'attacco al cuore
dello stato, occorre rafforzare il potere proletario armato
costruendo il partito combattente.
